OBADIAH, IL PROSELITO NORMANNO
Giovanni Obadiah da Oppido è una delle figure di uomo e intellettuale più singolari del medioevo lucano. Come uomo offre a noi moderni esempio di vita fuori dell’ordinario: in un mondo di soprusi e violenze, in nome della giustizia universale, egli, rampollo di una «grande famiglia», si schiera dalla parte degli oppressi. Come intellettuale, in virtù di una precoce contaminazione di esperienza occidentale ed esperienza orientale, rappresenta un caso senza eguali nella storia della musica medioevale, senz’altro un caposaldo della musica ebraica.
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Figlio di Droco (Drochus), nobile normanno probabilmente imparentato con gli Altavilla, e di Maria, Giovanni (Giuwàn, secondo la pronuncia attestata dai manoscritti autografi) nacque a Oppido intorno al 1070, forse nel 1073. Secondogenito, mentre il fratello Ruggero si dava alla carriera delle armi, intraprendeva quella delle lettere, forse nell’Abbazia dei Benedettini di Venosa, dove apprendeva la letteratura ecclesiastica e la notazione neumatica medioevale, tipica del canto gregoriano (i neumi erano segni grafici posti sopra le sillabe per indicare l’altezza delle note). Nel 1102, intorno ai trent’anni, si convertì al giudaismo (i documenti di cui disponiamo suggeriscono diverse ragioni, tra le altre: l’esempio di Andrea, arcivescovo di Bari; un sogno premonitore; le violenze subite dagli Ebrei a opera dei Crociati). Subito dopo partì per l’Oriente. Di questo viaggio si conosce poco.
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Forse fece tappa a Costantinopoli. Sappiamo per certo che ebbe una discussione di natura religiosa con i Crociati e ne uscì con una ferita alla testa. Si diresse quindi verso Bagdad, dove, vivendo nella comunità ebraica, ne imparò la lingua. Nel 1113 si recò ad Aleppo e conobbe il saggio rabbino Baruc ben Isaac che per lui scrisse un’importante lettera di raccomandazione. Di qui si trasferì a Damasco e poi a Dan, nel nord della Palestina (1121). Di seguito, per timore dei Crociati, raggiunse Tiro e s’imbarcò per l’Egitto. Fu nei pressi del Cairo, a Fustat, che probabilmente trascorse il resto della sua vita, forse come cantore, forse come copista. Ad ogni buon conto, lasciò manoscritti che, in maniera frammentaria, nel corso del secolo passato sono venuti alla luce in collezioni (Budapest, Cambridge, Cincinnati, Gerusalemme) derivate dallo smembramento dei numerosi testi ebraici rinvenuti nella Genizah del Cairo alla fine dell’800. Si tratta di una cronaca-autobiografia e di fogli con musiche di «tono orientale» con notazione occidentale (neumi), le quali rappresentano le più antiche melodie ebraiche finora note.
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