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Fiera del 24 e 25 agosto
Fino a una trentina d'anni fa, la fiera era l'evento. Era l'inizio dell'anno, dato che la sua data canonica (24 e 25 agosto) precedeva di poco quella dei fitti delle case e dell’accordo sulle tariffe dei salariati (8 settembre). Adesso segna la fine dell'estate, ultimo degli appuntamenti in programma. Segna il momento dei saluti fra gli emigranti in vacanza e gli oppidesi che nella loro terra ci continuano a vivere. Se di qualcosa può essere l'incipit, la fiera lo è dell'anno scolastico, con i ragazzi che cominciano già a subodorare l'aria di libri, quaderni e sussidiari.
Erano diversi i temi della fiera di una volta, a partire dalla sua unicità. Era l'occasione di effettuare gli acquisti, dopo qualche lira arrivata dai lavori agricoli. Unicità che ora si è persa, visto che per un sabato al mese è corso Gianturco a vestirsi di bancarelle per ospitare il mercato. La fiera degli animali iniziava già intorno alle 4 di mattina, nei pressi del nuovo asilo delle suore sacramentine in via Lamponio. Le bestie arrivavano in paese intorno alle 2 e mezza del mattino, attraverso l'antica via Trecèdde e l'appeso Palemiénte. Il passo degli asini che in massa portavano la merce era il suono caratteristico della notte del 24. Questa prima fase dell'evento assumeva importanza enorme. Era il momento propizio, per chi aveva perso un animale, di acquistarne un altro per poter affrontare la nuova stagione nei campi. Altro oggetto di attenzione era il maiale. Si era soliti, infatti, provvedere al suo acquisto in tempo di fiera, per poi ingrassarlo fino a Natale. A quel punto, come ora, sarebbe diventato il vero migliore amico dell'uomo (ma non viceversa), donandogli seppur controvoglia ogni parte del suo corpo per i diversi usi quotidiani, a partire da quello alimentare. Cotica, lardo e pancetta sono pietanze povere tipiche della tradizione culinaria oppidana e lucana. Oltre ai suini dei porcari di Sant'Antuono, ne arrivavano pure da fuori Oppido, sin dall'Umbria. C'era il "mastare" con i suoi basti e i suoi collari, figuravano i fabbri venditori di aratri e vomeri, giungevano i calderari con le loro caldaie, fra cui quelle di Buccino erano le più richieste. L'utensile era incluso nel corredo delle giovani spose, assieme ad altri attrezzi, dalla "camastre" (la catena che si usava per appendere al focolare il paiolo in rame) al crivello per setacciare il grano. Oggetto di desiderio era l'anguria, che alcuni ragazzi con pochi mezzi e molta fantasia rubavano, per poi mangiarle in disparte nei fossi. Altri tempi...
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